DIRITTO DI FAMIGLIA - Studio Legale Murgia

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Somme tra conviventi. Obbligazioni naturali o prestito con obbligo di restituzione?

Nelle unioni di fatto le attribuzioni patrimoniali e le prestazioni lavorative in favore del convivente effettuate nel corso del rapporto configurano l’adempimento di un’obbligazione naturale.   
 
(Tribunale di Reggio Calabria, sez. I Civile, sentenza n. 10/19; depositata il 3 gennaio)
 
Il principio di cui sopra, espresso già dalla Corte di Cassazione, viene seguito ed applicato dai giudici di merito nella sentenza n. 10/2019 del Tribunale di Reggio Calabria a definizione di un procedimento ordinario introdotto per la restituzione di somme asseritamente consegnate a titolo di mutuo.
 
I fatti. L’attore citava in giudizio la convenuta al fine di ottenere la restituzione della somma a lei corrisposta a titolo di prestito, oltre al risarcimento dei danni patrimoniali e morali subiti. In particolare, l’uomo riferiva di essere un ballerino professionista e di aver instaurato con la donna un rapporto di amicizia ed intimità e di averle corrisposto tale somma a titolo di prestito tuttavia mai restituito nonostante i vari solleciti. Opposta la versione della convenuta secondo la quale tra le parti era stata instaurata una relazione sentimentale caratterizzata anche da un periodo di stabile convivenza durante la quale parte della somma asseritamente oggetto di prestito era stata investita di comune accordo per l’associazione dilettantistica sportiva costituita da entrambi e parte costituiva obbligazioni naturali sorte nell’ambito della relazione sentimentale e della convivenza tra le parti.
 
L’onere della prova. Il Tribunale ritiene che l’attore, su cui incombe l’onere di provare non solo la consegna del denaro ma anche il titolo della stessa da cui derivi l’obbligo della vantata restituzione, non abbia raggiunto la prova dei fatti dedotti in giudizio, con particolare riferimento all’assunto del presunto riconoscimento di debito da parte della convenuta e della dazione del denaro in esecuzione di un accordo di prestito. In particolare, i giudici ricordano che le prove derivanti da conversazioni su Whatsapp, e-mail, messaggi, possono essere utilizzate nel processo civile o penale soltanto a determinate condizioni, non essendo sufficiente la mera trascrizione, ravvisando la necessità di depositare anche il supporto informatico ovvero una copia forense del medesimo unitamente ad una relazione tecnica forense che attesti la metodologia e strumentazione utilizzata per la copia forense.
 
Le unioni di fatto e le obbligazioni naturali. Chiarito quanto sopra dal punto di vista probatorio, il Tribunale di Reggio Calabria, evidenzia la rilevanza delle unioni di fatto quali formazioni sociali meritevoli di tutela costituzionale (art. 2 Cost.) caratterizzate da doveri di natura morale e sociale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti patrimoniali. Pertanto, le dazioni di denaro effettuate tra conviventi nel corso della relazione configurano l’adempimento di un’obbligazione naturale ex art. 2034 c.c. non ripetibile a condizione che tali attribuzioni siano proporzionali ed adeguati alle condizioni economiche delle parti.
 
Nessun diritto alla restituzione. Pertanto, le spese sostenute dall’attore sono state assunte nel pieno spirito solidaristico qualificandosi come liberalità non suscettibili di esser restituite.
L’onere della prova. Il Tribunale ritiene che l’attore, su cui incombe l’onere di provare non solo la consegna del denaro ma anche il titolo della stessa da cui derivi l’obbligo della vantata restituzione, non abbia raggiunto la prova dei fatti dedotti in giudizio, con particolare riferimento all’assunto del presunto riconoscimento di debito da parte della convenuta e della dazione del denaro in esecuzione di un accordo di prestito. In particolare, i giudici ricordano che le prove derivanti da conversazioni su Whatsapp, e-mail, messaggi, possono essere utilizzate nel processo civile o penale soltanto a determinate condizioni, non essendo sufficiente la mera trascrizione, ravvisando la necessità di depositare anche il supporto informatico ovvero una copia forense del medesimo unitamente ad una relazione tecnica forense che attesti la metodologia e strumentazione utilizzata per la copia forense.
 
Le unioni di fatto e le obbligazioni naturali. Chiarito quanto sopra dal punto di vista probatorio, il Tribunale di Reggio Calabria, evidenzia la rilevanza delle unioni di fatto quali formazioni sociali meritevoli di tutela costituzionale (art. 2 Cost.) caratterizzate da doveri di natura morale e sociale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti patrimoniali. Pertanto, le dazioni di denaro effettuate tra conviventi nel corso della relazione configurano l’adempimento di un’obbligazione naturale ex art. 2034 c.c. non ripetibile a condizione che tali attribuzioni siano proporzionali ed adeguati alle condizioni economiche delle parti.
 
Nessun diritto alla restituzione. Pertanto, le spese sostenute dall’attore sono state assunte nel pieno spirito solidaristico qualificandosi come liberalità non suscettibili di esser restituite.
 
Tratto dalla rubrica "Diritto e Giustizia" - Avv.  Alice Di Lallo
NIENTE RISARCIMENTO PER IL TRADIMENTO (07 Marzo 2019)
 
Respinta la richiesta presentata da un uomo e fondata sull’infedeltà della moglie che ha intrattenuto una lunga relazione con un collega di lavoro. La violazione della fedeltà coniugale non è sufficiente, secondo i Giudici, per riconoscere il diritto risarcitorio del partner tradito.
 
(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 6598/19; depositata il 7 marzo)
 
Scoprire di essere stato tradito dal proprio coniuge è un colpo basso difficilmente accettabile. Ciò nonostante, le famigerate “corna” non sono sufficienti per pretendere un risarcimento dal partner rivelatosi infedele (Cassazione, ordinanza n. 6598/19, sez. III Civile, depositata oggi).
    
Danno. Davvero intricata la vicenda sottoposta all’esame dei Giudici del Palazzaccio. Tutto comincia quando lei – Carla, nome di fantasia – rivela a lui – Giorgio, nome di fantasia –, pochi mesi dopo la loro separazione, di avere avuto una lunga relazione con un collega d’ufficio – Antonio, nome di fantasia –.
 
Immaginabile la reazione dell’uomo, che innanzitutto chiede l’effettuazione di un test per certificare di essere davvero il padre del loro bambino, concepito 4 mesi dopo l’inizio del tradimento da parte della moglie. Passaggio successivo è la richiesta di risarcimento nei confronti della oramai ex moglie, del suo amante e addirittura della società loro datrice di lavoro.
 

In sostanza, Giorgio spiega che «la scoperta della relazione extraconiugale» della coniuge gli ha provocato «un disturbo depressivo cronico», e ritiene colpevoli non solo la donna che lo ha tradito ma anche il suo amante e il loro datore di lavoro, che, a suo dire, non ha effettuato una «provveduta vigilanza sui propri dipendenti» così da «evitare conseguenze pregiudizievoli per terze persone».
Tirando le somme, Giorgio chiede il pagamento di quasi 15mila euro, cioè 4mila e 642 euro per il «danno alla salute» e 10mila euro per il «danno morale».

Domanda respinta, rispondono i Giudici, prima in Tribunale e poi in Appello, escludendo che «la violazione del dovere di fedeltà coniugale avesse costituito la causa della separazione» e aggiungendo che il tradimento non era stato attuato «con modalità tali da poter generare effetti lesivi della dignità del coniuge» tradito, anche perché esso era stato scoperto «alcuni mesi dopo la separazione legale» della coppia e a farlo emergere era stata proprio Carla «nel contesto di una conversazione privata» con Giorgio.
 
Dovere. La ferita provocata dalle “corna” non è però facilmente rimarginabile, e così Giorgio sceglie di proseguire la propria battaglia – di principio e di diritto – col ricorso in Cassazione, ribadendo la richiesta di vedere compensata economicamente la lesione (fisica e morale) subita ad opera del comportamento della moglie. A suo dire, non vi sono dubbi sul diritto ad ottenere un risarcimento, a fronte di una acclarata «violazione dell’obbligo della fedeltà coniugale», violazione ancor più grave perché «attuata in maniera reiterata e attraverso una stabile relazione» con un altro uomo.
Questa visione viene però respinta dai Giudici della Cassazione, i quali ribattono che «la mera violazione dei doveri matrimoniali non integra di per sé ed automaticamente una responsabilità risarcitoria», nonostante «possa essere causa di un dispiacere per l’altro coniuge e possa provocare la disgregazione del nucleo familiare».
 
In sostanza, «il dovere di fedeltà non trova il suo corrispondente in un diritto alla fedeltà coniugale costituzionalmente protetto», e quindi, osservano i Magistrati, «la sua violazione è sanzionabile civilmente quando, per le modalità dei fatti, uno dei coniugi ne riporti un danno alla propria dignità personale o eventualmente un pregiudizio alla salute».
 
Applicando questo principio, è decisiva in questa vicenda la constatazione che «la violazione del dovere di fedeltà» non è stata causa della rottura coniugale, poiché «la moglie ha svelato al marito il suo tradimento solo mesi dopo la separazione». E sullo stesso piano si colloca anche il fatto che «il tradimento non ha potuto recare un apprezzabile pregiudizio all’onore e alla dignità del coniuge tradito, in quanto non noto neppure nell’ambiente circostante o di lavoro, e comunque non posto in essere con modalità tali da poter essere lesivo della dignità della persona».
 
Impossibile, poi, concludono i Giudici, chiamare in causa Antonio e l’azienda dove è nata e cresciuta la relazione extraconiugale. L’uomo ha «semplicemente esercitato il proprio diritto alla libera espressione della propria personalità, diritto che può manifestarsi anche nell’intrattenere relazioni interpersonali con persone coniugate», e avrebbe potuto dover dar conto della propria condotta solo se avesse leso «la dignità e l’onore del coniuge tradito», ad esempio «vantandosi della propria conquista nell’ambiente di lavoro». Per quanto concerne il datore di lavoro, invece, esso non può essere ritenuto colpevole per non avere «sorvegliato i dipendenti»: ciò avrebbe rappresentato una illegittima «ingerenza» nella loro vita privata.
 
Tratto dalla rubrica "Diritto e Giustizia"
EREDI TUTTI CONTRO TUTTI: COME SI ACCERTA LA DIVISIBILITA'' DELL'IMMOBILE DEL "DE CUIUS"?
 
Ai fini della valutazione circa la divisibilità o meno dell’immobile, è decisiva la complessiva valutazione dell’intervento in relazione alle caratteristiche dell’edificio e la sua compatibilità con la disciplina urbanistica vigente, sia in relazione alla normativa nazionale che ai regolamenti e strumenti urbanistici locali.  
 
(Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza n. 6915/19; depositata l’11 marzo)
 
Così la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6915/19, depositata l’11 marzo.
 
La vicenda. Il Tribunale di Napoli dichiarava lo scioglimento della comunione tra gli eredi del de cuius e, rilevando la non comoda divisibilità dell’immobile, lo attribuiva ad uno dei comunisti in quanto già proprietario della quota maggiore dell’edificio, regolarmente acquistata con atto pubblico, condannandolo al pagamento del conguaglio a favore degli altri eredi. Questi ricorrevano in appello chiedendo l’accertamento della divisibilità del bene in questione. La Corte territoriale rigettava però il gravame. I soccombenti ricorrono dunque in Cassazione.
Divisibilità dell’immobile. Ai fini della divisibilità o meno dell’immobile non è tanto la necessità del permesso di costruire ai fini del frazionamento, motivazione addotta a fondamento della decisione impugnata, né tantomeno la qualificazione dell’intervento edilizio come ristrutturazione o mero restauro conservativo. Ciò che risulta decisivo è la complessiva valutazione dell’intervento in relazione alle caratteristiche dell’immobile e la sua compatibilità con la disciplina urbanistica vigente, sia in relazione alla normativa nazionale che ai regolamenti e strumenti urbanistici locali. Oltre alla valutazione della possibilità giuridica di frazionamento, deve poi essere accertato che le porzioni realizzabili siano suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento in assenza di servitù, pesi e limitazioni eccessivi o sensibili deprezzamenti in proporzione all’intero. Il giudice di merito deve inoltre accertare che tale intervento non richieda opere complesse o di notevole costo. Alla luce della disciplina vigente, deve poi essere verificato se il fabbricato è sottoposto a vicoolo storico-monumentale.
 
Si tratta in conclusione di un accertamento complesso che non risulta essere stato adeguatamente effettuato nel caso di specie.
 
Per questi motivi, il ricorso trova accoglimento e la sentenza viene cassata con rinvio al Tribunale di Napoli.
 
Tratto dalla rubrica "Diritto e Giustizia"
 
E' ESCLUSO DALLA COMUNIONE LEGALE L'IMMOBILE ACQUISTATO DA UN CONIUGE DOPO IL MATRIMONIO MA CON DENARO PERSONALE?

 
La mera dichiarazione contenuta nell’atto di vendita relativa all’acquisto di beni immobili da parte di un coniuge dopo il matrimonio, ma con denaro personale, non è sufficiente ai fini di escluderne l'inclusione nella comunione legale.   

 
(Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 7027/19; depositata il 12 marzo)

 
Sul tema la Corte di Cassazione con ordinanza n. 7027/19, depositata il 12 marzo.
 
Il caso. Dopo aver contratto matrimonio, la moglie acquistava alcuni locali ad uso commerciale più un appartamento compreso nel medesimo stabile, prevedendo nell’atto di acquisto che tali beni, essendo stati acquistati con suo denaro personale, fossero esclusi dalla comunione legale ai sensi dell’art. 179, lett. f), c.c..
 
Il Tribunale dichiarava il fallimento della società di cui il marito dell’attrice era socio unico illimitatamente responsabile e il curatore del fallimento, previa autorizzazione del giudice, trascriveva la sentenza di fallimento sugli immobili di cui sopra sulla base del presupposto che la partecipazione al contratto del coniuge non acquirente ed il suo assenso all’acquisto personale in favore dell’altro coniuge non fossero elementi sufficienti ad escludere l’acquisto della comunione legale.
L’attrice conveniva in giudizio il curatore medesimo e dopo i primi due gradi di giudizio in cui veniva rigettata la sua istanza decide così di ricorrere in Cassazione.
 
I presupposti per l’esclusione dalla comunione legale. Interviene sul punto la Corte di Cassazione, la quale sottolinea che nel caso di acquisto di un immobile effettuato dopo il matrimonio da uno dei due coniugi in regime di comunione legale, la partecipazione all’atto dell’altro coniuge non acquirente si pone come condizione necessaria ma non sufficiente per l’esclusione del bene dalla comunione, poiché a tal fine occorre non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, ma anche l’effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall’art. 179, comma 1, c.c., con la conseguenza che l’inesistenza eventuale di tali presupposti può essere fatta valere con una successiva azione di accertamento negativo.
 
Orbene, nel caso in esame, la domanda di accertamento formulata dalla ricorrente implicava necessariamente l’accertamento della sussistenza dei presupposti di fatto dell’esclusione dei beni dalla comunione, poiché non è sufficiente, ai fini di escluderne l’inclusione nella comunione legale, la mera dichiarazione contenuta nell’atto di vendita.
 
Sulla base di quanto detto gli Ermellini rigettano il ricorso.

 
Tratto dalla rubrica "Diritto e Giustizia"
 
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