ESTETICA E CHIRURGIA ESTETICA - Studio Legale Murgia

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T.A.R. Ancona, (Marche) sez. I, 02/01/2018, (ud. 22/11/2017, dep. 02/01/2018), n.4

 
L'attività di Tatuatore e Piercer non è riconducibile a quella dell'Estetista.
 
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FATTO e DIRITTO

 
1. L'Associazione ricorrente impugna la delibera di Giunta Regionale del 18.7.2016 n. 755 avente ad oggetto "Approvazio del Profilo professionale di <Operatori di tatuaggi/dermopigmentazione e piercing>, e dei relativi standard formativi".
Si è costituita la Regione Marche per resistere ricorso.

2. Con il primo ed articolato motivo viene dedotta violazione di legge ed eccesso di potere per errata qualificazione dell'attività in oggetto attraverso il Codice ATECO 2007 e il Codice internazionale ISCO 2008 n. 5142 (quest'ultimo avrebbe invece dovuto essere il n. 3435), perché il tatuatore non è assimilabile all'estetista, al parrucchiere, al barbiere e al truccatore.

2.1 Entrambi i profili sono infondati.

2.2 Riguardo al Codice ATECO, va osservato che l'attività in oggetto è stata classificata attraverso un proprio Codice (96.09.02), diverso da quello delle altre attività che si ritiene essere state illegittimamente assimilate, ovvero: Servizi dei saloni di barbiere e parrucchiere (Cod. 96.02.01); Servizi degli istituti di bellezza (Cod. 96.02.02); Servizi di manicure e pedicure (Cod. 96.02.03); Servizi di centri per il benessere fisico (inclusi gli stabilimenti termali) (Cod. 96.04.10).
Non si intravede pertanto quale pregiudizio possa derivare alla ricorrente (e agli operatori che essa rappresenta) dall'indicazione, contenuta nell'Allegato A alla delibera impugnata, che considera tutti i profili sopraindicati semplicemente "COLLEGATI - COLLEGABILI".
 
2.3 Riguardo al Codice ISCO, deve invece osservarsi che il n. 3435, di cui alla scheda all. 4 del fascicolo di parte ricorrente, ha per oggetto "Esecutore di tatuaggi", ovvero solo una parte delle attività che contraddistinguono il profilo professionale definito dalla Regione (che include anche dermopigmentazione e piercing).

Sarebbe stato quindi onere dell'Associazione fornire elementi tecnici più precisi per ritenere che il Codice 3435 risulti più attinente rispetto al Codice individuato dall'amministrazione (5142).
3. Le considerazioni che precedono escludono anche la fondatezza dell'ulteriore motivo di gravame con cui si contesta la pretesa equiparazione tra l'attività in oggetto con quelle di estetista, acconciatore, barbiere, parrucchiere, etc., poiché, a giudizio di parte ricorrente, la prima si caratterizzerebbe per l'imposizione di alcune misure preventive non previste invece per le altre attività (ovvero: acquisire il consenso informato del cliente previa consegna di adeguata documentazione sui rischi connessi alla procedura; fruire di precise procedure per l'esposizione e l'acquisizione del consenso informato; utilizzare precisa modulistica per l'acquisizione del consenso; illustrare al cliente il tipo di operazione da eseguirsi, gli strumenti da utilizzare, le precauzioni da osservare; verificare l'assenza di condizioni fisiche che non consentano l'esecuzione dell'intervento di tatuaggi).

Al riguardo va solo aggiunto che trattasi di misure precauzionali ed obblighi del tutto proporzionate e coerenti con l'attività in oggetto; misure in ordine alle quali non viene dedotto alcun profilo di illegittimità per palese irragionevolezza.
 
Del resto il Collegio non intravede ragioni ostative affinché debba considerarsi irragionevole chiedere il consenso del cliente e spiegare ad esso eventuali rischi per la salute che possano derivare dagli interventi richiesti.
 
Peraltro è proprio la stessa ricorrente a sostenere che il tatuatore è tenuto a possedere conoscenze tecniche e scientifiche nel campo medico; deduzione con cui si cita ad esempio l'applicazione "di piercing al lobo ovvero al padiglione auricolare" (cfr. pag. 5 memoria depositata in data 20.10.2017).
 
4. Con il terzo e ultimo motivo viene dedotta violazione di legge ed eccesso di potere riguardo ai criteri stabiliti per la formazione e la qualificazione professionale degli operatori di tatuaggi e piercing. In particolare viene lamentata:
 
- l'illegittima agevolazione del percorso di qualificazione professionale per svolgere l'attività di tatuatore in favore di chi già possiede la qualifica di estetista, trattandosi di attività professionale che richiede minori conoscenze scientifiche (lett. a);
 
- l'omessa previsione di criteri di equipollenza o metodi di applicazione dei crediti formativi acquisiti attraverso corsi eseguiti in altre regioni (lett. b).
 
4.1 Riguardo al secondo profilo di doglianza, il Collegio prende atto, come emerge dalle memorie conclusive delle parti depositate in vista dell'udienza di merito, che la delibera di Giunta Regionale n. 1618 del 27.12.2016 ha determinato la sopravvenuta carenza di interesse alla trattazione della corrispondente censura, avendo ridefinito percorsi professionali per i soggetti che hanno già esercitato l'attività di tatuaggi e piercing ovvero hanno frequentato corsi istituiti o riconosciuti da soggetti pubblici in altre regioni.

4.2 Con la memoria depositata in data 20.10.2017, parte ricorrente insiste invece sulla trattazione del primo profilo, ovvero la pretesa illegittima riduzione di durata dei corsi di qualificazione professionale per gli esercenti l'attività di estetista.

La doglianza va disattesa.
Al riguardo va osservato che i criteri fissati dalla delibera oggetto di gravame non stabiliscono che l'estetista possa automaticamente qualificarsi come tatuatore, poiché è comunque contemplato un percorso formativo con rilascio di un attestato di qualifica professionale, ancorché detto percorso abbia durata inferiore rispetto a quello previsto per i soggetti senza qualificazioni di settore.

Dagli atti di parte ricorrente non emerge tuttavia alcun elemento tecnico che induca a ritenere che le pretese carenze professionali dell'estetista (denunciate essenzialmente sotto il profilo medico), possano essere colmate solo ed esclusivamente attraverso un percorso formativo di durata maggiore rispetto a quelli stabiliti.
Trattasi, pertanto, di censura dedotta in modo assolutamente generico e dubitativo.

Da ultimo va comunque osservato che i corsi per le persone in attività o che hanno esercitato l'attività (cfr. delibera impugnata e delibera di Giunta Regionale n. 1618/2016) sono stabiliti di durata inferiore (90 ore) rispetto a quelli previsti per chi possiede la qualificazione di estetista ovvero di operatore alle cure estetiche (variabili tra 100, 150, 300 e 450 ore a seconda delle circostanze), disciplinando così trattamenti non del tutto equiparati come invece deduce parte ricorrente.

5. Le spese di giudizio possono tuttavia essere compensate considerata la particolarità e per certi versi complessità della vicenda in esame.
 
                                                                                            PQM
 
il Tribunale Amministrativo Regionale per le Marche, definitivamente pronunciando, respinge il ricorso in epigrafe.

Spese compensate.

La presente sentenza sarà eseguita dall'Autorità amministrativa ed è depositata presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

Così deciso in Ancona nella camera di consiglio del giorno 22 novembre 2017 con l'intervento dei magistrati:

Maddalena Filippi, Presidente
 
Gianluca Morri, Consigliere, Estensore
 
Tommaso Capitanio, ConsigliereDEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 02 GEN. 2018.
 
 
 
 
 
 
 
Cassazione penale sez. IV, 12/05/2015, n.22835
 
LESIONI COLPOSE A SEGUITO DI REAZIONE ALLERGICA: Responsabilità della titolare di un Centro Estetico.

Sentenza

 
Documenti correlati
 
Trattamenti estetici - Responsabilità per lesioni colpose - Posizione di garanzia - Nesso di causalità - Causalità della colpa.

 
Colui che ha la qualifica professionale di estetista - che quindi gestisce apparecchi elettromeccanici per uso estetico ed utilizza prodotti cosmetici - è titolare di una posizione di garanzia, ai sensi dell'art. 40, secondo comma, c.p., a tutela della incolumità di coloro che si sottopongono al trattamento estetico, sia in forza del principio del "neminem laedere", sia nella sua qualità di custode delle stesse attrezzature (come tale civilmente responsabile, per il disposto dell'art. 2051 c.c. dei danni provocati dalla cosa, fuori dall'ipotesi del caso fortuito), sia, infine, quando l'uso delle attrezzature e dei cosmetici dia luogo ad una attività da qualificarsi pericolosa, ai sensi dell'art. 2050 c.c. Ne discende che l'omessa adozione di accorgimenti e cautele idonei al suddetto scopo, in presenza dei quali un evento lesivo non si sarebbe verificato od avrebbe cagionato un pregiudizio meno grave per l'incolumità fisica dell'utente, costituisce violazione di un obbligo di protezione gravante su tale soggetto. Posto che l'attività estetica può rivelarsi attività pericolosa, in ragione dei rischi per l'integrità fisica in cui può incorrere chi vi si sottopone, deve in altre parole affermarsi che la posizione di garanzia di cui il titolare o responsabile dell'attività è investito implichi la sicura imposizione di porre in atto quanto è possibile per impedire il verificarsi di eventi lesivi (esclusa, nella specie, la responsabilità di un'estetista per la dermatite allergica da contatto che aveva colpito una cliente durante una seduta in solarium, per l'azione di una crema idratante di cui erano state ignorate le potenzialità invasive degli eccipienti utilizzati, atteso che non era stato accertato che l'avvertimento della potenziale pericolosità delle creme idratanti utilizzate avrebbe potuto evitare l'evento, per la mancata prova che la persona offesa fosse conoscenza del proprio stato).

Fonte:
 
Diritto & Giustizia 2015, 29 maggio NOTA
 
Ilpenalista.it 8 GENNAIO 2016 NOTA (s.m.) (nota di: Nizza Vittorio)
 
Rivista Italiana di Medicina Legale (e del Diritto in campo sanitario) 2015, 3, 1161 NOTA (s.m.) (nota di: CIONFOLI)
 
Guida al diritto 2015, 28, 84
 
Rass. dir. farmaceutico 2015, 5, 1044  
 
Tanto a seguito della rimozione della prima piccola porzione, quanto a seguito della rimozione della restante parte del tatuaggio, sul polso della Da. apparve una cicatrice ipertrofica.
 
Tanto è confermato da quanto dichiarato in sede di interrogatorio formale dal Ma. ('confermo che sul punto trattato subito dopo il mio intervento è comparsa una cicatrice'), nonchè da quanto ripotato nella premessa della scrittura privata sottoscritta dalle parti in data 16.6.2010 ('premesso … che l'intervento non sortiva l'effetto sperato, sicché sul predetto arto si formava cicatrice ipertrofica') (v. doc. 4 di parte convenuta).

Tra la Da. e Ma. si istaurò un rapporto contrattuale di prestazione d'opera, in ragione del quale quest'ultimo si impegnava alla rimozione del tatuaggio avverso il pagamento di un corrispettivo. Nell'introdurre una domanda di risarcimento dei danni da responsabilità per inadempimento contrattuale, la Da., ai sensi dell'art. 2697 c.c., aveva l'onere solo di allegare e di provare l'esistenza di un rapporto contrattuale (cosa non contestata) e di provare il danno, vale a dire il peggioramento della sua condizione di salute (circostanza provata con la dimostrazione dell'esistenza di una cicatrice sul polso); aveva inoltre l'onere di provare il nesso causale tra la prestazione contrattuale ed il danno lamentato e solo di allegare l'inadempimento di controparte (v. per tutte, Cass. SS.UU. 13533/2001). Che tra la prestazione profusa dal Ma. e la comparsa della cicatrice vi sia nesso causale è provato, dato che lo stesso Ma. ha riconosciuto la comparsa della cicatrice dopo il suo intervento.
 
La Da., poi, ha allegato che il convenuto abbia provveduto con negligenza alla rimozione del tatuaggio. Sarebbe stato onere del convenuto dare prova, ai sensi dell'art. 1218 c.c., dell'inesistenza di un suo inadempimento, o della ricollegabilità dell'inadempimento ad una causa a lui non imputabile.
 
Tale prova, però, il Ma., non ha fornito. Lo stesso convenuto, anzi, ha riconosciuto, in sede di interrogatorio, che l'esito dell'operazione non era quello atteso ('con il dott. Ca. esaminammo la situazione e dicemmo che era una situazione che non quadrava tanto'; 'Vedendo la situazione che non rispondeva alle aspettative insieme al Ca. verificammo l'esistenza di qualche problema'; 'ricordo che la sig.ra Da. era allarmata ed anche il dott. Ca. spiegò assieme a me che la situazione non era normale. Prendemmo dunque atto che l'intervento aveva provocato una cicatrice ipertrofica'). Accertato, dunque, che all'esito dell'intervento del Ma. è insorta una cicatrice sulla Da. e rilevato che il convenuto non ha dimostrato né che tale insorgenza sia dipesa da una causa a lui non imputabile, né che tale insorgenza sia fisiologica, deve concludersi che la comparsa della cicatrice sia da addebitare al Ma. a titolo di colpa.

Operatore Estetico rimuove un Tatuaggio ad una cliente: condannato per lesioni personali

Ragione della decisione

 
1. Da. An. ha convenuto in giudizio Ma. Vi. per sentire condannare questo – previo accertamento della responsabilità del convenuto - al risarcimento dei danni patrimoniali a e non patrimoniali, conseguiti alla negligente rimozione di un tatuaggio sul polso destro, da cui era derivata la permanenza di una evidente cicatrice.

2. Si è costituito Ma. Vi. ed ha chiesto il rigetto della domanda di risarcimento, non essendo stata provata l'esistenza del nesso di causalità tra l'intervento di rimozione e la fuoriuscita della cicatrice, nonché non avendo l'attrice seguito gli accorgimenti necessari per il post operatorio:
 
- nell'ipotesi di accoglimento della domanda, valutare il danno quantificandolo anche alla luce di una corresponsabilità dell'attrice nella produzione dell'evento dannoso a suo carico;
 
-rigettare la richiesta in merito alla ulteriore somma a titolo di danno da lucro cessante per la compromessa capacità lavorativa specifica.
 
3. La domanda risarcitoria della Da. merita accoglimento ai sensi della motivazione che segue.
4. Da. An., nel febbraio del 2010, si rivolse a Ma. Vi. per la rimozione di un tatuaggio su polso ed avambraccio destro. Dopo una prima prova, avente ad oggetto al rimozione di una piccola porzione del tatuaggio, il Ma. provvide alla rimozione dell'intero tatuaggio.
5. Il convenuto ha dedotto di avere fatto sottoscriver alla Da. un consenso informato all'intervento, il che – secondo le intenzioni del Ma. – dovrebbe escludere la responsabilità dello stesso. L'assunto è del tutto infondato. E' sufficiente leggere il contenuto dell'informativa sottoscritta dalla Da. (v. doc. 3 di parte convenuta) per rilevare che in essa non si fa alcun riferimento agli eventuali rischi ed esiti della procedura di rimozione di un tatuaggio.
 
Per altro, in generale, deve osservarsi che un consenso informato non esclude la responsabilità dell'operatore per negligenza ed imperizia (come nel caso in esame).

6. Il convenuto ha dedotto che il comportamento della Da. – la quale, contravvenendo ai consiglio del Ma., non si è astenuta dal fare massaggi nel periodo di tempo successivo alla operazione – ha contribuito a far sorgere le cicatrici. L'assunto non è fondato.
 
Il convenuto non ha fornito alcuna prova che la Da. abbia proceduto a fare massaggi dopo l'intervento; né dagli atti di causa è emersa la prova di un comportamento causalmente concorrente dell'attrice nella insorgenza delle cicatrici.

7. La nomina della CTU Medica: il nominato ctu, dr. Ar., ha rilevato, quanto ai reliquati sulla Da., quanto segue: 'in corrispondenza della superficie estensoria del polso destro è evidente la presenza di un'area cicatriziale discromica con tratti maggiormente rilevati rispetto ai piani cutanei limitrofi (non alterati da cicatrici) e concomitanti aree depresse. Questa cicatrice ha un asse maggiore di circa 4 cm. lungo un piano traverso rispetto all'asse maggiore dell'arto in esame e una altezza di circa 2 cm. altri esiti cicatriziali non slivellati rispetto ai piani cutanei circostanti sono evidenti sul III sitatale dell'avambraccio dx sul versante radiale dello stesso, con una lunghezza massima di 9 cm. ed una lunghezza che nei punti di massima ampiezza non supera i 2 cm.' Di questi postumi deve rispondere il Ma., in quanto essi possono essere ricondotti causalmente alla operazione di rimozione da questi eseguita.
 
A pg. 4 della consulenza, il dr. Ar. scrive: 'e' documentato dalla due uniche certificazioni mediche che è possibile esaminare, quella del dott. Tu. Ru. del 6.6.2010 e dalla relazione del dott. Ol. che: sul polso della sig.na Da. (recte: Da.) An. a partire dai tentativi empirici di rimozione dei pigmenti, di cui si costituiva l'esteso tatuaggio del polso e dell'avambraccio di dx, effettuati dal sig. Ma. Vi. si siano verificate una serie di complicanze che hanno prima portato alla rimozione con una apparecchiatura laser non precisata delle cicatrici originarie causate dal Ma., e poi agli interventi anche questi non precisati nelle metodiche e nei mezzi, intrapresi dallo specialista chirurgo plastico dott. Ol., che hanno si rimosso tutti i depositi residui di pigmento, ma di fatto si sono sovrapposti come esiti a quelli già determinati da altri. E' dunque impossibile oggi dire cosa è imputabile ad un intervento e cosa ad uno di quelli successivi, rimane senza dubbio tutta la sofferenza e lo stato di malattia originato dai primi inopportuni metodi che certamente nulla avevano di medico e scientificamente corretto, visto che sono state azioni compiute da un soggetto non abilitato all'esercizio di nessuna delle professioni sanitarie previste dalla legge. Parlare inoltre di prescrizioni post operatorie e di cautele da osservare secondo le indicazioni del Ma. Vi. e non seguite dalla paziente, appare fuori luogo poiché egli non è un infermiere, né tantomeno un medio e l'unica figura professionale in grado di eseguire diagnosi e prescrivere terapie è solo quella di un laureato in medicina e chirurgia ed abilitato all'esercizio della professione medica. E' da ritenere infatti che le lesioni del polso dx sulla superficie dorsale dello stesso comprese in un'area di 4 cm. per 2 cm. siano state si prodotte dalle azioni prive di perizia effettuate dal sig. Ma. Vi., ma successivamente ulteriormente alterate e modificate nei risultati finali dall'intervento di rimozione chirurgica delle stesse cicatrici ad opera del dott. Tu. Ru. .
 
Non va ovviamente sottaciuta l'ulteriore modifica al quadro cicatriziale finale dovuta agli interventi (3 o forse 4) per la rimozione di tutto il pigmento residuo del tatuaggio originario del polso e dell'avambraccio di dx eseguiti successivamente dal dott. Oliveiro, che per quanto abbiano sortito a detta della paziente il risultato voluto, hanno contribuito ulteriormente alla modifica finale del quadro clinico definitivo'.
 
Il convenuto, nella comparsa conclusionale, ha dedotto che non possono essere a lui imputati i postumi residuati alla Da., in quanto non è accertabile quali di questi siano riconducibili alla sua prestazione. L'assunto è infondato. L'art. 41 cp – applicabile anche in materia di responsabilità civile quanto al concorso di cause -, recita: 'il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l'azione od omissione e l'evento.
 
Le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare l'evento.' La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che 'si ha interruzione del rapporto di causalità tra fatto del danneggiante ed evento dannoso per effetto del comportamento sopravvenuto di altro soggetto, quando il fatto di costui si ponga, ai sensi dell'art. 41, comma 2, c.p., come unica ed esclusiva causa dell'evento di danno, sì da privare dell'efficienza causale e rendere giuridicamente irrilevante il precedente comportamento dell'autore dell'illecito, ma non quando, essendo ancora in atto ed in fase di sviluppo il processo produttivo del danno avviato dal fatto illecito dell'agente, nella situazione di potenzialità dannosa da questi determinata si inserisca una condotta di altro soggetto che sia preordinata proprio al fine di fronteggiare e, se possibile, di neutralizzare le conseguenze di quell'illecito.
 
In tal caso lo stesso illecito resta unico fatto generatore sia della situazione di pericolo sia del danno derivante dall'adozione di misure difensive o reattive a quella situazione, sempre che rispetto ad essa coerenti ed adeguate' (così Cass. 19180/2018; v. anche, seppure in tema di concorso di azioni ed omissioni, Cass. 18753/2017).
 
Nella specie, seppure all'operazione compiuta dal Ma. siano succedute e si siano sovrapposte le attività del dott. Tu. e del dott. Ol., deve rilevarsi che le azioni compiute da questi ultimi due non hanno reciso il nesso causale istaurato tra l'attività svolta dal convenuto e gli esiti cicatriziali come rilevati dal ctu.
 
Infatti, le operazioni compiute dai due medici indicati, eseguite al fine di eliminare gli esiti dell'operazione compiuta dal Ma., si inseriscono in un'unica catena causale, iniziata con l'attività del convenuto, e non rappresentano un evento causale autonomo e slegato al precedente, integrato dall'operazione del Ma..

8. Passando alla quantificazione del danno non patrimoniale, sotto la specie di danno all'integrità biologica, si osserva che il C.T.U. ha così dedotto: 'in base a questi riferimenti cronologici, anamnestici (per presumibile periodo di guarigione delle lesioni cutanee descritte in anamnesi) e in riferimento alla attività professionale di estetista che prevede una molto probabile attività manuale, è da ritenere che sia stato operante un periodo totale di inabilità temporanea assoluta di giorni venti, mentre l'inabilità temporanea parziale è da ritenere possa essere valutata complessivamente in non più di trenta giorni.
 
In merito ai postumi permanenti il nostro esame clinico ha riscontrato la presenza delle cicatrici del polso e dell'avambraccio di destra con slivellamento dei margini nei tratti riguardanti il dorso del polso dx, con discromia delle stesse che appaiono di colorito biancastro-madreperlaceo come tipico delle aree cicatriziali cutanee ormai stabili e prive di fenomeni vasomotori e reattivi. Nel complesso valutata l'entità complessiva degli esiti, l'età, il sesso femminile, oltre che la natura della vita di relazione e di quella professionale è giustificabile il riconoscimento di una percentuale di danno biologico permanente non superiore al 4%'.
 
Il tribunale, nel condividere l'analisi e la valutazione svolte dal ctu, in quanto appaino complete ed esaurienti, ritiene di riconoscere una percentuale di danno biologico permanente pari al 4%.
 
Quanto al danno biologico temporaneo, il tribunale non concorda con l'analisi del ctu.
 
Infatti, tenuto conto che la presenza delle cicatrici non ha impedito alla attrice di svolgere tutte le attività quotidiane, diverse dell'attività di massaggiatrice, non può riconoscersi una inabilità temporanea totale.
 
Pertanto, va riconosciuta una invalidità temporanea nella misura del 75% per venti giorni e nella misura del 50% per trenta giorni.
 
Al fine di monetizzare il danno non patrimoniale come riconosciuto, il tribunale, nel fare uso del potere equitativo (art. 1226 c.c.), intende adottare le tabelle in uso presso il tribunale di Milano per la liquidazione del danno non patrimoniale, nella versione più aggiornata (anno 2018). Considerando l'età della Da. (anni 26) al momento degli eventi (avvenuti nel febbraio 2010), facendo applicazione delle dette tabelle, il danno per invalidità permanente e per l'inabilità temporanea ammonta ad euro 9.083,00.
 
Il tribunale non ritiene di adottare alcuna personalizzazione del danno, atteso che il danno estetico lamentato dalla attrice risulta sufficientemente compensato dalla liquidazione secondo il metodo del punto ponderale.
 
La Da. ha anche chiesto di considerare, nella liquidazione del danno, il patimento dovuto alla possibilità che le cicatrici provocate dal Ma. possano indurre, in futuro, una formazione neoplastica.
 
In vero, il ctu, sul punto, ha dedotto: 'non sussistono al momento alterazioni della cute cicatriziale nei distretti esaminati che possano far pensare ad evoluzioni di tipo displastico o neoplastico (tumori cutanei) e non si può formulare alcuna previsione realmente attendibile, che ciò possa sicuramente avvenire e non avvenire'. Atteso che, al momento, non emergono indizi che la presenza delle cicatrici possa, con apprezzabile probabilità, aumentare il rischio di tumori della pelle, non può essere risarcito un danno legato al patema d'animo che, al momento, non appare oggettivamente giustificabile.

9. Sulla somma liquidata, devalutata al febbraio 2010 secondo gli indici I.S.T.A.T. della variazione dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati (FO.) e poi rivalutata di anno in anno fino al giorno del deposito della presente sentenza, secondo i medesimi indici, devono essere computati gli interessi al saggio legale ex art. 1284 c.c., al fine di ristorare il danno da ritardato pagamento delle somme (v. Cass. SSUIU 1712/1995).

10. La Da. ha chiesto il risarcimento anche del danno patrimoniale, rinveniente dalla riduzione della capacità di guadagno derivata dalla presenza delle cicatrici, la quale ha impedito alla attrice di proseguire nella sua attività di massaggiatrice.
 
La domanda non merita accoglimento.
 
Al di là dell'allegazione, l'attrice non ha fornito alcuna prova dell'avvenuta riduzione di guadagno.
 
Per altro, dal testo di un capitolo di prova articolato dalla Da. (v. ultima pag. della secondo memoria istruttoria) emerge che questa era impiegata presso un centro estetico, nel quale per un periodo, dopo l'intervento del Ma., è stata addetta a mansioni di segreteria: ne deriva che, non essendo la Da. un lavoratore autonomo, non può ritenersi che la stessa abbia perso guadagno, rimanendo impiegata presso il centro estetico.

11. Me. accoglimento la domanda di risarcimento del danno patrimoniale, costituito dalle spese sostenute dalla Da. per farmaci e per ridurre gli effetti della negligente prestazione del Ma..
 
Va premesso che le spese sostenute dal danneggiato al fine di eliminare o ridurre gli esiti dell'inadempimento della controparte contrattuale rientrano nel novero del danno emergente.
 
Nella specie la Da. ha comprovato di avere sostenuto al spesa di euro 901,81 per la rimozione del pigmento che non era stato eliminato dal trattamento del Ma., eseguita dal dr. Ol. (v. doc. 21), ed euro 1.001,81 per intervento di riduzione delle cicatrici eseguito dal dr. Ol. (v. doc. 20), ha anche dimostrato di avere speso euro 69,50 per medicinali il cui uso è legato alla presenza delle cicatrici (v. doc. 22).
 
Pertanto, il Ma. deve essere condannato al pagamento della somma di euro 1.973,12.
 
Su tale somma, devalutata al momento delle singole spese e poi rivalutata di anno in anno, secondo gli indici I.. FO., devono essere calcolati gli interessi al saggio legale ex art. 1284 c.c.

12. Le spese del giudizio possono essere compensate nella misura della metà, ai sensi dell'art. 92 cpc, in quanto la domanda attorea è stata solo in parte accolta, eveneto che integra una delle ipotesi di reciproca soccombenza. Nel resto, le spese devono gravare sul convenuto e vengono liquidate in favore dei difensori antistatari dell'attrice.
 
La liquidazione avviene secondo i parametri dettati dal d.m. 55/2014 – come integrato dal d.m. 55/2018 -, applicabile alle controversie pendenti al momento della sua entrata in vigore (3.4.2014), ove la prestazione professionale, già in precedenza cominciata, sia proseguita dopo la detta data (v. Cass. 17405/2012).
 
In considerazione del valore della controversia, determinato sulla base dell'ammontare della somma liquidata a titolo di risarcimento dei danno, deve farsi applicazione della tabella dettata per i giudizi davanti al tribunale il cui valore sia compreso tra euro 5.200,01 ed euro 26.000,00.
 
Alla luce delle questioni trattate, per le fasi di studio ed introduttiva possono essere liquidati i compensi medi; quanto alla fase istruttoria, tenuto conto che è sta svolta una consulenza tecnica e poche e semplici prove orali, il compenso medio può essere ridotto del 40%; infine, in ragione del contenuto riepilogativo degli scritti finali, il compenso medio dettato per la fase decisoria può essere ridotto del 50%.
 
Pertanto, può essere liquidata la somma di euro 3.385,00. Operando la dimidiazione dovuta alla parziale compensazione, la somma dovuta ammonta ad euro 1.692,50 a titolo di compenso, oltre rimborso delle spese generali nella misura del 15%, iva e cpa.
 
Alla parte attrice spetta anche la somma di euro 97,50, pari alla metà della spesa per l'iscrizione della causa a ruolo e per il versamento del contributo unificato.

13. Il compenso del ctu, già liquidato in via provvisoria con precedente decreto, deve gravare in via definitiva sulla parte convenuta soccombente.

                                                                                       P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra e diversa domanda, eccezione e deduzione rigettata o ritenuta assorbita, così decide:

a) condanna il convenuto Ma. Vi. al pagamento in favore dell'attrice Da. An. della somma di euro 9.083,00, oltre interessi come da motivazione, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale e della somma di euro 1.973,12, oltre interessi come da motivazione, a titolo di risarcimento del danno patrimoniale;

b) compensa le spese del giudizio nella misura della metà e, per il resto, condanna il convenuto al pagamento in favore dei difensori antistatari dell'attrice della somma di euro 1.692,50 a titolo di compenso, oltre rimborso delle spese generali nella misura del 15%, iva e cpa, ed euro 97,50 a titolo di esborsi;

c) pone in via definitiva le spese di C.T.U. a carico del convenuto.
 
Trani, li 26.01.2019
 
IL GIUDICE dott. Luigi Mancini

PREMESSE-   la dermopigmentazione : al confine tra vuoti normativi e incompetenza
 
Dopo numerosi interpelli ricevuti da operatori del settore estetico, nel caso di specie da operatori ed operatrici in Dermopigmentazione Estetica, cercherò con questo articolo di colmare alcuni “vuoti” conoscitivi che aleggiano tra i vari organi preposti (Operatori, Associazioni, Regioni, Ministeri).
 
Iniziamo nel dettagliare alcuni presupposti normativi partendo da alcuni criteri fondamentali dettati dalla nostra Carta Costituzionale, giacché ho potuto leggere alcuni articoli riportanti – ahimè – imprecisioni, per non dire veri e propri error iuris, dettate dalla scarsa conoscenza del diritto, o dalla presunzione di voler sapere a tutti i costi ciò che invece non si sa. Prefazione dunque necessaria se si vorrà davvero comprendere QUALI “strade” potenziali sarà possibile percorrere, cosicché gli operatori del settore possano far valere sensatamente ed energicamente i propri diritti.
 
Cercherò – per quanto sia possibile – di non usare la terminologia e le espressioni tipiche di noi Avvocati (in molti le chiamano “Avvocatese”), nella speranza di risultare quanto più chiaro possibile.

Le Regioni in quali ambiti (materie) hanno facoltà legislativa, e quali dettami possono essere influenzati dalle leggi statali (cd. leggi ordinarie)?
 
Nel 2001, la oramai conosciuta Riforma del Titolo-V della Costituzione, ha rivisitato alcuni importanti articoli: 114, 116, 117,  ecc…. Proprio sull’art. 117 Co. Si dovrà riporre il maggiore interesse. Vediamo un sunto.
 
“La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
 
Lo Stato esercita la legislazione esclusiva (1^ parte dell’art. 117) nelle seguenti materie: politica estera e rapporti internazionali; diritto di asilo e immigrazione; rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose; difesa e forze armate; sistema tributario e contabile; leggi elettorali e referendum statali; ordine pubblico, ecc... Seppure trattasi di materie di esclusività statale, ossia dove la potestà regolamentare spetta allo Stato, quest’ultimo può conferire “delega” a favore delle Regioni. Cosa significa conferire delega? Significa conferire un “potere di rappresentanza”, ossia lo Stato può decidere di rimettere nelle competenze delle Regioni alcune responsabilità ed iniziative decisionali in merito ad alcune specifiche materie.

Abbiamo fatto menzione al “potere esclusivo” dello Stato. Ma cosa significa? Sta a significare che per tutte le materie elencate nella prima parte dell’art. 117 Co. SOLTANTO LO STATO PUO’ OPERARE NORMATIVAMENTE, ossia soltanto lo Stato può porre in essere delle fonti normative (leggi) o atti aventi forza di legge (D.Lgs. o D.L.), salvo, come già enunciato in principio, il potere di delega che può essere conferito alle Regioni.
 
Vediamo ora la 2^ parte dell’articolo richiamato. La legislazione cd. concorrente. In questa fascia vengono indicate le materie ove la potestà legislativa viene esercitata sia dallo Stato che dalle Regioni, ossia: rapporti internazionali e con l’Unione Europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della Istruzione e della Formazione Professionale; professioni; ecc… Dunque la legislazione concorrente altro non è che l’insieme delle norme relative ad una determinata materia in cui la potestà legislativa è affidata sia allo Stato che alle Regioni.
 
Difatti proprio la formazione professionale, regolamentata a livello regionale, può svolgere un ruolo rilevante per chi vuole intraprendere una professione o accrescere le proprie conoscenze e capacità in una prospettiva non solo occupazionale, ma anche personale, civica e sociale. In questo caso stiamo parlando del sistema formativo della Regione. Ad esempio, un'alternativa ai percorsi universitari, di alta formazione e di formazione superiore, è offerta dai corsi di formazione professionale erogati dalle istituzioni formative accreditate, vale a dire soggetti pubblici e privati, in possesso di specifici requisiti organizzativi e strutturali, che la Regione riconosce formalmente e che quindi possono proporre e realizzare interventi di formazione, anche finanziati con risorse pubbliche, finalizzati al conseguimento di titoli e/o di certificazioni riconosciuti su tutto il territorio nazionale. Certificazioni delle competenze acquisite (così devono essere definite), e non “patentini”. Le patenti sono quelle che vengono rilasciate per la guida dell’auto o per la conduzione di barche!
 
Inoltre alcuni Principi Costituzionali ribadiscono la necessità di interpretare il “lavoro”, ed il diritto ad esso come fondamento sociale della Repubblica costituendo il principio distintivo della nostra forma di Stato, destinata a condizionare l’interpretazione della Costituzione stessa e delle leggi.
 
L’art. 3 della Costituzione così recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
 
Anche l’art. 117 Co. Recita: “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica…”. Trovate una qualche similitudine?
 
Ma quali sono questi “ostacoli di ordine economico e sociale”? Sono quell’insieme di situazioni che degradano l’individuo e offendono la sua dignità, attenuando anche l’impulso a realizzarsi come persona. Tali ostacoli se non rimossi, rappresentano una fonte di discriminazione tra i cittadini nella vita economica, sociale e politica del Paese. In merito poi al significato di “pieno sviluppo della persona”, questo si identifica con l’obiettivo prioritario cui deve tendere l’ordinamento della Repubblica per consentire “ai membri della società di partecipare alla gara della vita in condizioni di parità”, ivi compreso nel mondo del lavoro.
 
Iniziamo a comprendere che tali brocardi rappresentano la conditio sine qua non, ossia quella condizione indispensabile al raggiungimento di un accordo o grazie al quale si otterrà un determinato effetto finalizzato ad un preciso proposito.
 
La stessa Legge n. 4 gennaio 1990, n. 1 (Disciplina dell’attività di Estetista), all’art. 3, punto 1a) così recita:
 
“La qualificazione professionale di estetista si intende conseguita, dopo l'espletamento dell'obbligo scolastico, mediante il superamento di un apposito esame teorico-pratico preceduto dallo svolgimento:
 
a) di un apposito corso regionale di qualificazione della durata di due anni, con un minimo di 900 ore annue; tale periodo dovrà essere seguito da un corso di specializzazione della durata di un anno oppure da un anno di inserimento presso una impresa di estetista”.
 
Ecco come la stessa Legge 1/90 rimanda alle Regioni la disciplina regolamentare necessaria in merito ai corsi regionali.  Non a caso, seppure trattasi di una legge ordinaria (statale), anche le Commissioni d’esame vengono interamente disciplinate dalle Regioni e non ad esempio dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Operate le doverose e superiori premesse, entriamo nel vivo della questione.
 
La Regione Piemonte, con la D.G.R. 20-3738 del 27/07/2016 ha disciplinato i corsi di formazione sui rischi sanitari connessi con le attività di tatuaggio, piercing e trucco permanente.
 
La Regione Liguria, con la Deliberazione n. 831/2009, ha anch’essa disciplinato l’attività di Tatuaggio, Piercing e Trucco Permanente, definendo quest’ultima attività come segue: “E’ un tatuaggio praticato sul viso (ciglia-sopracciglia, contorno labbra) e consiste in una dermopigmentazione praticata con aghi e con specifici strumenti”. Badate bene… SPECIFICI STRUMENTI…
 
La Regione Veneto esordisce con l’Allegato-A alla DGR n. 11 del 09/01/2013 ove determina lo standard in merito ai “nuovi indirizzi regionali finalizzati alla tutela della salute della popolazione in connessione alle attività di Tatuaggio, Piercing e Trucco Permanente”, stabilendo che trattasi di “un’attività che prevede l’introduzione intradermica di pigmenti colorati mediante aghi, ritenendo che tale trattamento è soggetto ai medesimi requisiti soggettivi ed oggettivi previsti per l’esercizio del tatuaggio e piercing come specificato nell’Allegato-A della DGR n. 440 del 23/02/2010”.
 
La Regione Sardegna si è pronunciata con una la Determinazione n. 1528 del 21/11/2012 (programma regionale per la gestione in sicurezza delle attività di tatuaggio, piercing e pratiche simili). In questo caso la dermopigmentazione viene ricondotta a “pratiche simili”.
 
La Regione Puglia si determina con le Circolari emanate dal Ministero della Salute (la n. 2.9/156 del 05/02/1998, e la n. 2.8/633 del 16/07/1998), ed ha elaborato specifiche Linee Guida per l’esecuzione di tatuaggi, piercing e dermopigmentazione, per il rispetto delle condizioni di sicurezza.

Come è pacifico notare, varie Regioni (quelle elencate sono soltanto alcune), nel pieno rispetto delle facoltà costituzionali, avevano disciplinato tale attività, riconducendola (per analogia e per caratteristiche tecniche), al tatuaggio corpo.

In data 15 ottobre 2015, il Ministero dello Sviluppo Economico si pronuncia tramite il Decreto Interministeriale n. 206, pubblicato in Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 300 del 28/12/2015, ed entrato poi in vigore il 12/01/2016, che deroga alle disposizioni richiamate dal decreto del 12 maggio 2011, n. 110, concernente il regolamento di attuazione relativo agli apparecchi elettromeccanici utilizzati per l'attività di estetista (articolo 10, comma 1, della legge 4 gennaio 1990, n. 1), e fa rientrare nelle competenze dell’Estetista, tramite la scheda n. 23, anche il dermografo per la micropigmentazione.
 
Analizziamo in primis l’aspetto tecnico: il dermografo per la micropigmentazione.
 
L’affermazione enunciata dal decreto 206/2015 risulta non solo troppo generica ma anche poco rappresentativa di quei dettagli che invece sarebbe doveroso (e necessario) considerare, i quali sono tipici sia degli operatori del settore e sia dei costruttori/produttori. Difatti da tale esposizione si evince che il dermografo debba – secondo tale orientamento – appartenere ad una categoria di “macchinari” le cui specifiche devono essere destinate alla sola pratica della dermopigmentazione. Tale analisi conduce senza dubbio ad un’opportuna quanto oggettiva e meritevole riflessione: “è possibile associare tecnicamente il dermografo unicamente all’attività di dermopigmentazione e non anche all’attività di tatuaggio corpo?”.
 
La risposta è NO.

Molti marchi noti, infatti, hanno immesso nel mercato europeo le Dichiarazioni di Conformità del Dermografo, precisando che trattasi di “attrezzature cosmetiche per le procedure di cura della pelle, tattoo e per il trucco permanente”. Ma allora, a questa stregua, come è possibile ritenere il cd. “dermografo” ad uso esclusivo dell’Estetista, dato che l’attività di Tatuatore è diversamente disciplinata a livello normativo regionale?
 
Lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, con la Nota Prot. 18706 del 20/01/2017, che ha come oggetto: Estetisti. Attività di trucco semipermanente ha così esordito in merito al Trucco Semipermanente: “… La tecnica, frequentemente associata a quella, analoga, di tatuaggio, costituisce rispetto ad essa attività invero differente, anche per quanto attiene alla STRUMENTAZIONE ed ai prodotti utilizzati”. Tale affermazione è fuorviante e non corretta! Abbiamo infatti appena dedotto come invece molti produttori definiscano all’interno delle proprie schede tecniche (conformità) il dermografo: “attrezzature cosmetiche per le procedure di cura della pelle, tattoo e per il trucco permanente”.
 
Anche la Regione Sardegna, con la Determinazione prima richiamata (n. 1528 del 21/11/2012), definendo l’attività di Trucco Permanente e Semipermanente ha così esordito: “E’ un tatuaggio praticato sul viso (ciglia, sopracciglia, contorno labbra) e talora non solo (areola mammaria) consiste in una dermopigmentazione praticata con aghi e con SPECIFICI strumenti”. Tale definizione (specifici strumenti) non lascerebbe alcun dubbio a riguardo del fatto che per esercitare la pratica di dermopigmentazione si dovrebbe a questo punto utilizzare un’apparecchiatura unicamente studiata e realizzata per tale univoco scopo, cosa che invece allo stato attuale delle cose NON E’, dato che in commercio sono state immesse numerose apparecchiature dalle caratteristiche “bivalenti”: dermopigmentazione e tatuaggio corpo.   

Altra grave “lacuna normativa” e regolamentare.
 
Il Decreto Interministeriale del 15/10/2015, n. 206, ha statuito che “Il trattamento deve essere effettuato da operatori estetici che abbiano ricevuto dal fabbricante o dal suo mandatario o da altro ente competente adeguata formazione, sia per gli aspetti di sicurezza (come richiamati dal manuale d’uso) sia per gli aspetti tecnici, igienici ed estetici dei trattamenti stessi. La formazione è certificata dal soggetto formatore per mezzo di una dichiarazione contenente le proprie generalità, le generalità di chi ha fruito della formazione, la durata in ore, l’argomento e le generalità dei docenti dei moduli formativi”.
 
Sarebbe dunque il “fabbricante del dermografo” a certificare anche gli aspetti igienici ed estetici dei trattamenti stessi”? E come? Un fabbricante può forse “certificare” tali competenze? NON DI CERTO! Solo una ASL o un Ente di Formazione Accreditato dalla rispettiva Regione può soddisfare tale requisito. Ed inoltre…, cosa si dovrebbe intendere per: “… o da altro Ente competente adeguata formazione”? Dunque deve intendersi NECESSARIA una specifica formazione condotta e certificata da un Ente di Formazione Accreditato?

La Regione Piemonte, con Protocollo del 28/01/2019, in merito alle puntualizzazioni riconducibili al DGR n. 20-3738 del 27/07/2016, concernenti la disciplina regionale dei corsi di formazione sui rischi sanitari delle attività di tatuaggio, piercing e trucco permanente, ha chiarito che (nonostante il Parere espresso dal Ministero dello Sviluppo Economico, Prot. 0033406 del 19/01/2018, e del Decreto Interministeriale n. 206 del 15/10/2015) per esercitare l’attività di trucco permanente (così come per il tatuaggio e il piercing) è necessario rispettare ANCHE tutte le prescrizioni di cui alla D.G.R. n. 27/07/2016, n. 20-3738, che contiene la disciplina regionale dei corsi di formazione sui rischi sanitari delle attività di tatuaggio, piercing e trucco permanente”. In altre parole si rende SEMPRE obbligatorio “predisporre un percorso formativo obbligatorio sia per quanti già eseguono prestazioni di tatuaggio, piercing e trucco permanente (in via esclusiva o complementari ad altre attività), sia per i soggetti che intendono avviare tali attività, finalizzato ad acquisire adeguate conoscenze sotto i profili igienico-sanitari e di prevenzione. Gli Enti formatori che possono erogare i percorsi di cui alle presenti Linee Guida devono essere in possesso dell’accreditamento regionale alla formazione (Macrotipologia C) ai sensi della D.G.R. n. 29-3181 del 19/6/2006”.
 
Definizione questa, che seppure richiama un puntuale adeguamento al Decreto Interministeriale n. 206/2015, mal si sposa con l’ipotesi che debba ritenersi sufficiente LA SOLA QUALIFICA DI ESTETISTA, e d’altra parte non potrebbe essere che così, dal momento che tra le attività riservate ai percorsi di formazione previsti proprio per le estetiste è del tutto ASSENTE qualsivoglia accostamento alla pratica sia del tatuaggio che del trucco semipermanente. Va da sé che l’estetista senza un corso specifico non potrebbe certo essere in grado di applicare sulla cliente tali pratiche. Sarebbe come decidere di rilasciare la patente di guida ad un candidato che ha superato a pieni voti l’esame teorico, ma che di fatto non ha mai guidato l’auto!
 
Implicitamente dunque (ed in accostamento analogico) non può certo ritenersi sufficiente la sola conoscenza tecnica del dermografo, in quanto questo aspetto riguarda solo il FUNZIONAMENTO tecnico/meccanico dell’apparecchio, e non certo l’attribuzione di quelle conoscenze ed esperienze necessarie che siano capaci di spingersi all’interno delle PROCEDURE utilizzate da una dermopigmentista, al fine di garantire un servizio ottimale alla cliente. Un conto è la preparazione tecnica a riguardo del macchinario; un altro è la conoscenza delle procedure estetiche da porre in essere sulla cliente.

CONCLUSIONI
 
Alla luce dell’analisi sin qui condotta ed in virtù del potere regolamentare e normativo posto a capo delle Regioni, si ritiene auspicabile, come intervento volto alla regolamentazione di tale attività, richiedere alle rispettive Regioni di appartenenza un idoneo intervento normativo, in attesa che una eventuale legge ordinaria possa abbattere (una volta per tutte) siffatti dubbi interpretativi oltre che le evidenti lacune oggi esistenti.
 
Avv. Massimo Murgia

Introduzione ministero della salute proposte per le nuove qualificazioni e procedure corsuali per tatuatori e dermopigmentatori
 
In occasione del Convegno organizzato dal Centro Nazionale Sostanze Chimiche Prodotti Cosmetici e Protezione del Consumatore (CNSC) dell’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute – Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria, è emersa la necessità di dover rivisitare l’intero quadro normativo vigente riguardante la formazione professionale degli Operatori di Tatuaggio, Piercing e Dermopigmentazione Estetica.
 
In base ai dati EuroStat del 2014, la proiezione in merito al numero dei soggetti “tatuati”, subirà un progressivo incremento in termini di “numeri”, tant’è che nel nostro Paese (Italia), la popolazione tatuata è di circa 7 milioni di individui (dati del 2015), ossia il 12,75% (percentuale media dell’intera popolazione), di cui l’11,7% uomini, e il 13,8% donne.
 
Da un’attenta indagine statistica, i dati summenzionati fanno presupporre un progressivo aumento per il prossimo futuro (entro l’anno 2040) che sarà pari al 13% circa; percentuale, questa, che porterà ulteriori 8 milioni di tatuati nel nostro Paese. La percentuale di soggetti tatuati complessivi risulterà (entro il 2040) pari a 15 milioni di individui, ossia circa il 25% dell’intera popolazione (1 individuo su 4).
 
Questa realtà, ed i livelli previsionistici indicati, impongono una attenta valutazione da parte delle Autorità preposte alla vigilanza in merito alla “sicurezza del Tatuaggio e del PMU (Permanent Make-Up = Trucco Semipermanente)” nell’ambito delle seguenti tematiche:

• Sicurezza e sorveglianza sugli inchiostri del Tatuaggio (regolamento REACH e CLP sulle sostanze chimiche e miscele adoperate);
 
• Vigilanza su aghi e attrezzature utilizzati;
 
• Sterilità e aspetti microbiologici;
 
• Complicazioni ed effetti sulla salute;
 
• Percezione dei rischi e delle campagne di informazione;
 
• Igiene e procedure di realizzazione del Tatuaggio;
 
• Formazione dei tatuatori.

Le tematiche appena enunciate sono da intendersi complementari tra loro. Questo determinerà – in maniera ovvia – il rispetto meticoloso delle previste procedure, attraverso percorsi di formazione con l’obiettivo di armonizzare e regolamentare i diversi aspetti normativi oggi esistenti in Italia (attualmente variegati), dato che al momento è del tutto assente un’uniformità normativa tra le Regioni. Difatti, alcune di esse si sono limitate a far rispettare alcune Direttive; altre Regioni non hanno adottato alcuna regolamentazione in materia e di concerto anche il livello di protezione della salute dell’individuo, varia da Regione a Regione.
 
Questa difformità normativa necessita di una urgente armonizzazione generale che deve essere attuata tramite specifici regolamenti, adottando i necessari criteri tecnici, e attraverso una mirata e specifica formazione dell’operatore che potrà essere conseguita solo ed esclusivamente all’interno di strutture scolastiche accreditate dalle varie Regioni.

I percorsi scolastici oggi esistenti hanno tutti il medesimo valore?
 
Attualmente la Certificazione delle Competenze rilasciata dalle Scuole di Formazione Professionali Accreditate hanno piena validità legale seppure tra le varie Regioni esista una difformità in merito al monte ore stabilito dai rispettivi Decreti attuativi. Infatti si spazia dalla Regione che ha previsto il percorso formativo per Operatore di Tatuaggio e Piercing di 15 ore, a quella che di ore ne ha previste invece 90, 400 o 700.
 
Chiaro è che se un corsista, che abbia già conseguito una “qualifica” costituita ad esempio da 30 ore, intenderà operare lavorativamente in una Regione dove le ore previste (a parità di percorso) sono invece 90, sarà tenuto necessariamente a partecipare ad un percorso formativo integrativo, così da colmare le ore mancanti previste dalla Regione in cui intenderà lavorare.

Ma perché si assiste a questa grande variabilità nei corsi di formazione?
 
Le linee Guida emanate dal ministero della Sanità nel 1998, erano state adottate in virtù di una grande preoccupazione in merito alle malattie trasmissibili, in particolare per le infezioni da HIV. Questa preoccupazione da parte del Ministero adito ha comportato la necessità di aggiornare i vari corsi di formazione esistenti e rivolti a coloro che già operavano nel settore del tatuaggio. Questa procedura ha fatto sì che nell’ambito della formazione venissero a crearsi due principali aspetti:
 
1) Corsi progettati unicamente per colmare il divario presente in ambito igienico-sanitario. Tali procedure hanno permesso alle varie Regioni di adottare specifici programmi scolastici, seppure alcune di esse hanno regolamentato e posto in essere corsi che spaziano dalle 15 ore, fino alle 90 ore (le 90 ore rappresentano uno “standard” adottato dalla maggior parte delle Regioni).
2) Corsi di formazione professionale con una frequenza scolastica più elevata (400, 600, 700 ore). Questi corsi hanno garantito il rilascio di una “qualifica” finalizzata allo svolgimento dell’attività di tatuatore, piercer e dermopigmentista. Queste Regioni hanno emanato alcune leggi in materia, dopo aver recepito specifiche Direttive europee.

Istruzione e formazione nel cotesto europeo
 
Il contesto europeo in ambito formativo è basato sui criteri adottati dall’EQF (European Framework o Quadro Europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente). Questo è da ritenersi un comune sistema di riferimento che ha lo scopo di collegare i diversi Paesi nazionali così da regolamentarne i sistemi didattici adottati.
 
Tale assetto normativo permette di uniformare le “qualifiche” rilasciate dai vari Paesi, cosicché il recepimento dei titoli di studio ottenuti da uno studente italiano, venga automaticamente recepito in qualsiasi altro Paese facente parte della C.E. (Comunità Europea).

Il QUADRO è rappresentativo di una Raccomandazione adottata dal Parlamento Europeo del 23/04/2008, riguardante le qualifiche in ambito di apprendimento permanente.

L’EQF è di fatto una griglia di equivalenza organizzata in otto livelli, all’interno della quale i Paesi prefissati, secondo uno specifico ordine di complessità, mira ad equilibrare i risultati di apprendimento, le competenze che dovranno essere acquisite e le rispettive conoscenze che è necessario garantire ad ogni studente.

Gli standard professionali dovranno adottare l’impianto procedimentale previsto da EQF?
 
In Italia è intervenuto il D. Lgs. n. 13 del 16/01/2013 che ha recepito una Raccomandazione europea. Il designato decreto ha stabilito le norme generali ed i livelli essenziali finalizzati all’individuazione e validazione degli stati di apprendimento sia formali che non formali, derivanti dal sistema nazionale delle certificazioni delle competenze.  
 
Il Decreto Interministeriale del 30/06/2015, all’art. 1, comma 1, ha invece definito il Quadro Nazionale delle qualificazioni regionali, ossia la procedura operativa volta al riconoscimento (a livello nazionale) delle qualifiche rilasciate dalle rispettive Regioni.
 
Il Quadro Nazionale (in richiamo dell’art. 8 del sopracitato Decreto Legislativo n. 13 del 16/01/2013) rappresenta un preciso riferimento in merito alla correlazione delle qualificazioni regionali, anche per quanto attiene la necessaria e progressiva standardizzazione.
 
Con l’intervento del Decreto Ministeriale dell’8 gennaio 2018, è stato istituito il Quadro Nazionale delle Qualificazioni (QNQ). Questo Quadro ha lo scopo di creare una specifica “sincronizzazione” tra le qualifiche rilasciate dal nostro Paese e quelle previste in ambito europeo, e dunque rendere “equivalenti” le qualifiche rilasciate dai vari Paesi militanti all’interno della C.E.

Attualmente il livello di EQF della qualificazione non è uniforme tra le varie Regioni: generalmente è previsto il livello IV, tranne le Regioni Campania e Toscana che operano con un livello III.
 
Anche l’automatico riconoscimento delle Certificazioni delle Competenze risulta al momento poco agevole tra le varie Regioni, dato che sussistono le difformità di cui abbiamo parlato. Attualmente l’equivalenza non trova alcun ostacolo tra le Regioni collegate all’ADA 24.137.407 (Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia). Ciò nonostante, altre Regioni recepiscono senza alcuna difficoltà le “qualifiche” conseguite in altre Regioni, purché conformi agli standard formativi previsti dalla Regione ove il soggetto intenderà operare.

L’attuale posizione dell’Italia nei confronti delle disposizioni europee
 
L’Italia al momento non dispone di specifiche leggi in materia, ed è dunque necessario emanare quanto prima misure legislative adeguate.
 
Come ha sottolineato il Ministero della Salute, è necessario che il nostro Paese inizi ad elaborare un unico contesto legislativo (Linee Guida, Raccomandazioni ed altre Leggi), che miri a regolamentare in maniera univoca ed efficace tutti gli aspetti legati alla salute e all’igiene, e adoperandosi altresì in specifiche metodiche di sorveglianza sulle pratiche del tatuaggio e sui prodotti utilizzati. Questo contesto dovrà includere i metodi di rimozione del tatuaggio, il PMU (Dermopigmentazione), il Tatuaggio medicale (es. ricostruzione dell’areola mammaria), il Body-Tattoo, e i nuovi metodi di tatuaggio (Microblading).
 
Il superamento dei limiti attualmente vigenti in materia
 
Come può l’Italia raggiungere l’obiettivo prefissato dalla volontà europea?
 
È assolutamente necessaria una legge nazionale che disciplini le attività sopra richiamate, ma in mancanza di questa è adottabile, tramite un accordo chiamato “Conferenza Stato-Regioni” (questo è un organo collegiale che ha come scopo quello di creare una collaborazione istituzionale fra Stato e Regioni), uno specifico quadro normativo che permetta alle Regioni di creare una uniformità in materia.

Il PMU (Dermopigmentazione Estetica), il Body-Tattoo e il Microblading
 
In relazione alla Conferenza Stato-Regioni, dovranno essere costituiti specifici quadri normativi che vedono la seguente suddivisione:
 
• Body-Tattoo, PMU e Microblading;
 
• Piercing;
 
• Tattoo medicale

Cosa dovrebbero contenere le disposizioni contenute in questi quadri?
 
a) Requisiti per la corretta gestione delle attività di tatuaggio;
 
b) Formazione adeguata;
 
c) Divieti e obblighi;
 
d) Requisiti igienici dei locali;
 
e) Procedure igieniche, pulizia, disinfezione e sterilizzazione;
 
f) Caratteristiche e requisiti delle attrezzature, dei prodotti e dei pigmenti utilizzati;
 
g) Regolamentazione delle “Conventions”;
 
h) Prevenzione e trattamento di problemi, incidenti e complicazioni a seguito dei trattamenti;
 
i) Informazioni sui rischi e complicazioni;
 
j) Modulo del consenso informato.
 
Requisiti per l’accesso ai Corsi di Formazione istituiti dalla Scuole di Formazione Professionale Accreditate dalle Regioni
 
• Avere compiuto il 18° anno di età in sede di iscrizione;
 
• Avere ultimato il ciclo di formazione scolastica obbligatoria di min. 10 anni;
 
• Avere conseguito un certificato di partecipazione ad un corso di formazione regionale per tatuatori;
 
I criteri sopra riportati saranno necessari per poter definire un profilo professionale per i tatuatori che dovranno garantire un livello di competenza minimo, necessario per la tutela del consumatore.
 
                                                                    Inoltre…
 
- La necessità di riconoscere le qualifiche rilasciate da Paesi extra-Italia, ma rientranti nell’ambito della C.E. (Questa disciplina spetta però all’Europa).
 
- La necessità di istituire un registro pubblico di tatuatori qualificati (un apposito Albo), così da riuscire a contrastare il fenomeno degli operatori abusivi.
 
La proposta del Ministero della salute: quale dovrà essere il nuovo assetto?
 
La proposta del Ministero riguarda il nuovo assetto ed i vari profili/attività, come qui di seguito indicato:
 
• Operatore di Tatuaggio;
 
• Operatore di Dermopigmentazione;
 
• Operatore di Piercing;
 
• Operatore di Microblading;
 
• Esecuzione della foratura del lobo auricolare.

Il Microblading
 
Questa tecnica, secondo il Ministero, desta qualche preoccupazione in quanto la serie di aghi disposti sulla punta della “penna” che si utilizza, assume la forma di una lama, e dunque tale pratica aumenta il rischio in merito a:
 
- Infezioni (aumento delle probabilità in tal senso);
 
- Possibile causa di tessuto cicatriziale;
 
- Tagli più profondi con conseguente maggiore sanguinamento.
 
In special modo si ritiene una tecnica sconsigliata in parti anatomiche quali contorno occhi e labbro.
 
Questo più alto rischio, rispetto alla Dermopigmentazione, determina la necessità di far conseguire agli operatori una maggiore preparazione e pratica.

Come sarà possibile ottenere le qualifiche?
 
1) Attraverso un corso base standard: se il soggetto richiedente non ha alcuna qualifica di settore, o se non è in possesso dei requisiti richiesti nella tipologia presa in esame;
 
2) Attraverso specifici percorsi formativi integrativi, nel caso in cui il soggetto richiedente sia in possesso di una qualifica diversa da quella prevista per l’esercizio dell’attività.  
 
3) Attraverso specifici percorsi formativi integrativi, per tutti quei soggetti che già esercitano l’attività. In tal caso dovrà essere data dimostrazione (per mezzo di idonea documentazione) della comprovata esperienza, al momento di entrata in vigore del documento, attualmente ancora in bozza: “Prescrizioni in materia di sicurezza delle pratiche di tatuaggio, trucco permanente e altre pratiche di decorazioni corporee”.
 
4) E’ inoltre previsto un aggiornamento periodico delle competenze.
 
L’articolazione delle qualifiche
 
Come si sarà compreso sin qui, l’approccio ai corsi sarà di tipo “modulare”, ovverosia verranno previsti più “moduli” che rappresenteranno le “competenze” che il soggetto richiedente dovrà acquisire.
 
Quindi, attraverso la partecipazione a più corsi (a seconda delle competenze che dovranno essere raggiunte e dunque dei crediti necessari). Quindi il soggetto può partire da una differente qualificazione in ingresso e poi integrare i crediti necessari per l’acquisizione dei moduli necessari richiesti.
 
In questo modo l’obiettivo che il Ministero si prefigge è quello di uniformare le attuali qualifiche detenute da chi esercita tali attività, elevandole al IV livello EQF (European Qualification Framework).

A proposito del Decreto Interministeriale n. 206 del 15/10/2015
 
Il Decreto Interministeriale n. 206 sopra menzionato, come a molti noto, ha fatto rientrare nelle competenze delle Estetiste il dermografo. Erroneamente, qualche interprete del settore, aveva identificato tale Decreto come l’unico mezzo per poter esercitare la Dermopigmentazione: essere Estetiste.
 
Il Ministero nega tale ipotesi in quanto ha ritenuto che l’utilizzo del dermografo per la micropigmentazione, è da intendersi supplementare e non sostitutiva a quella dell’Estetista che abbia ottenuto l’attestato di Dermopigmentatore e/o Tatuatore. Va da sé che l’Estetista non potrà in tal senso vantare l’esclusività di tali attività.
 
Conclusioni
 
• L’intero assetto normativo che fino ad ora ha regolamentato il settore del Tatuaggio e del PMU sta per essere completamente stravolto e dunque verrà presto sostituito con un nuovo impianto normativo, sia a livello europeo che italiano;
 
• La proposta ha come scopo primario quello di porre in essere una norma di settore unica e generale, al fine di rendere uniformi le normative poste in essere dalle Regioni;
 
• Costituire un profilo unico, sia per il tatuatore e sia per il dermopigmentatore a livello nazionale, grazie ai nuovi percorsi formativi previsti che verranno riconosciuti in tutte le Regioni;
 
• Gli operatori del settore saranno tenuti a frequentare costanti e periodici aggiornamenti;
 
• È previsto un elenco dei professionisti autorizzati, così da garantire maggiore chiarezza nei confronti del cliente e per contrastare il fenomeno dei tatuatori e dermopigmentatori abusivi;
 
• Le Regioni ricoprono un ruolo fondamentale per quanto concerne la definizione, approvazione e implementazione del nuovo quadro delle qualifiche e del profilo del tatuatore e del dermopigmentatore per il riconoscimento a livello nazionale.
 
Riflessioni
 
L’intervento del Ministero della Salute si presta ad un’interpretazione chiara e logica sia dal punto di vista tecnico, e sia da quello procedimentale, in merito ai previsti iter formativi finalizzati al conseguimento delle qualifiche sia di tatuatore che di dermopigmentatore.
 
Pacifico appare contestualmente che i percorsi formativi potranno essere erogati SOLO ed UNICAMENTE da Enti di Formazione Professionale Accreditati dalle rispettive Regioni e che, di concerto altri documenti, quali ad esempio gli attestati di frequenza rilasciati da soggetti non autorizzati e riconosciuti, NON potranno in alcun modo rappresentare un idoneo mezzo di riconoscimento di crediti formativi in quanto non ritenuti validi in termini di legge.

Come volevasi dimostrare da una nostra analisi normativa condotta precedentemente (vedasi l’articolo pubblicato sul sito dello Studio Legale dell’Avv. Murgia (www.studiolegalemurgia.it), nella sezione Estetica e chirurgia estetica --> La dermopigmentazione: al confine tra vuoti normativi e incompetenza), le asserzioni significate sono perfettamente in linea con quanto stabilito dal Ministero della Salute, ossia: la Dermopigmentazione che potrà essere esercitata in forma del tutto autonoma, e le Regioni che rappresenteranno l’asse portante e determinante per quello che sarà l’adeguamento del nuovo impianto normativo.

Avv. Massimo Murgia                                                                                        
 
 
Notizie tratte dall’Istituto Superiore di Sanità  (Dott. Alberto Renzoni).
 
DERMOPIGMENTAZIONE ESTETICA
 
Consenso informato e atti probatori complementari

Torno ad occuparmi di Dermopigmentazione Estetica, e nel caso di specie delle contestazioni che un soggetto può sollevare dopo aver usufruito del servizio estetico. Cercherò, nel contempo, di entrare nel merito del valore probatorio riconducibile al consenso informato ed alle attività accessorie previste.
 
Anche ultimamente mi sono dovuto occupare di alcuni casi specifici a difesa di alcune operatrici del settore, che ahimè si sono viste notificare una missiva dall’Avvocato della propria cliente, lamentando talvolta “danni alla persona”, ed altre volte  “imperfezioni estetiche” subite.
 
Come prima cosa iniziamo nel dire che occorre sfatare il luogo comune che vuole l’adattabilità di un qualsiasi consenso informato ad ogni esigenza estetica, come se questo atto fosse destinato ad una pluralità di operatori generici. Nulla di più errato. Iniziamo dunque a metabolizzare l’ipotesi che i classici “copia/incolla” operati dalla maggior parte degli operatori del settore altro non sono che potenziali e pericolose procedure che possono provocare spiacevoli inconvenienti in ambito legale.
 
Nulla quaestio se l’operatrice si limiterà ad analizzare la questione dal punto di vista organizzativo e personale, ma se, malauguratamente, questa dovesse imbattersi nella cliente “sbagliata”, allora la questione può cambiare notevolmente.
 
Per mia esperienza personale posso asserire che il numero delle “contestazioni” sta aumentando a dismisura: siamo passati da una contestazione ogni 6 mesi (statistica di appena 3 anni fa) ad 2 contestazioni al mese (statistica attuale), e questo a parità di estetiste seguite e di numero di clienti trattati. Un dato certamente preoccupante che dovrebbe far riflettere in merito alla necessità di doversi “assicurare” e “garantire” maggiormente servendosi di strumenti non certo approssimativi  ma al contrario ben strutturati.
 
Ma quali sono le contestazioni che quasi sempre vengono mosse dalle clienti?
 
1) La forma delle sopracciglia che mi è stata realizzata non è quella da me approvata in sede di progettazione;
 
2) Le sopracciglia sono più affusolate rispetto alla mia richiesta (o, al contrario, sono più spesse);
 
3) Mi è stato eseguito un riempimento labbra, ma il colore da me scelto non è quello che di fatto mi è stato realizzato;
 
4) L’operatrice mi ha eseguito l’eyeliner è mi ha causato una macchia;
 
5) Mi è stato praticato il trucco semi-permanente alle sopracciglia ma dopo 3 mesi è svanito quasi tutto.
 
Questi esempi riportati sono i più ricorrenti, ma occorre tenere presente che le variabili potrebbero essere ancora tante.
 
Proprio per questo motivo si rende necessario strutturare sia la documentazione che gli strumenti  complementari utilizzati, in maniera meticolosa e capillare, facendo attenzione a non lasciare mai nulla al caso.
 
Per ragioni di tempo e per evitare di divenire prolisso nell’esposizione, non sto a descrivere l’intera procedura che è necessario operare per contrastare eventuali contestazioni mosse dalla cliente, ma, credetemi sulla parola quando vi dico che  trattasi di attività legali che sarebbe sempre meglio evitare: continue repliche ai Colleghi di controparte, invito alla negoziazione assistita, incontri con le rispettive parti presso gli Studi Legali, e in caso di non risoluzione della vertenza insorta, sarà necessario affrontare un processo civile, e nei casi più complicati (es. in caso di “lesioni” alla persona per negligenza), anche un processo penale.
 
Naturalmente tutto questo sembra quasi “utopia”, e forse le ipotesi menzionate potranno anche non presentarsi mai, ma in caso contrario le “preoccupazioni” e talvolta anche il “panico” rischierà di prendere il sopravvento. Ho avuto alcuni casi recenti ove le operatrici che ho dovuto difendere erano quasi in procinto di cessare la propria attività; dopo tanti sacrifici e denaro speso per la formazione.

Le regole fondamentali
 
1) E’ necessario strutturare un consenso informato che sia capace di contenere TUTTI i dettagli tecnici così da prevedere le molteplici variabili che possono presentarsi. Il consenso dovrà contenere anche i riferimenti normativi con riferimento alla Regione ove si intenderà operare.

Nota: sempre più spesso mi capita di leggere consensi informati (che mi trasmettono in Studio) contenenti specifiche normative relative alla Regione Lombardia (Linee Guida comprese), quando magari l’operatrice esercita in tutt’altra Regione)! Questi sono errori che non ci si può permettere di commettere!

Per strutturare correttamente un consenso informato occorre conoscere in maniera capillare sia il campo estetico che la legge. Ad ognuno il suo lavoro, come affermo spesso!
 
2) Al consenso informato occorre unire una precisa procedura di compilazione. Va sempre fatto compilare di pugno alla cliente, perché in caso di contestazione, ossia nel caso in cui l’Avvocato di controparte dovesse richiedere una perizia calligrafica, talvolta la sola firma (in special modo quando alcune clienti pretendono di apporre una “sigla” e non la “firma per esteso”, come legge prevede), può risultare non sufficiente ad attribuire la paternità dell’atto.
 
3) Occorre rilevare copia del documento di identità della cliente in corso di validità (fronte/retro).
 
4) E’ necessario consegnare alla cliente copia di un memorandum, ossia quell’insieme di informazioni (avvertenze) che riguardano il pre e post trattamento, avendo cura di far firmare alla cliente (per ricevuta) tale modulo.

Questa è l’attività preliminare che l’operatrice dovrà attuare SEMPRE prima di iniziare il trattamento alla cliente. Vi consiglio di non derogare in alcun modo a queste disposizioni.
 
A questo punto l’attività documentale posta in essere è in linea con i principi richiesti dalla legge e sicuramente la tutela dell’operatrice è abbastanza “forte”. La stessa si è dimostrata meticolosa, non potrà essere “accusata” di essersi resa negligente e non può esservi colpa o imperizia in merito alla procedure utilizzate, dunque è già un ottimo punto di partenza.

L’altro scoglio da superare
 
Nelle varie contestazioni a cui ho potuto assistere in qualità di Avvocato, spicca un’altra problematica che ritengo non di poco conto, ma anzi, al contrario, è proprio sul particolare che ora descriverò che potremo giocare la “carta vincente” in sede di udienza eventuale o mettere “fuori gioco” l’accusa formulataci dalla controparte, e risolvere la vertenza insorta nella fase stragiudiziale (ossia prima di giungere ad un eventuale processo), evitando così noiose lungaggini burocratiche, spese ed anche il “rischio” di poter perdere una causa nel caso in cui l’Avvocato difensore non dovesse riuscire ad istruire la pratica con semplicità e meticolosità, tanto da non riuscire a far comprendere al Giudice i fatti e gli atti che devono poter concorrere a favore della propria cliente. Anche in questo caso è fondamentale rivolgersi sempre ad un Avvocato che conosca molto bene la materia.
 
Naturalmente perché tutto questo sia possibile, dobbiamo dimostrare di avere tra le mani TUTTA la documentazione che prova in maniera ineccepibile quanto segue:
 
1) Consenso informato;
 
2) Informativa Privacy;
 
3) Documentazione tecnica riguardante il dermografo utilizzato (certificazione di conformità) e i pigmenti utilizzati (schede tecniche di sicurezza o c.d. schede tossicologiche);
 
4) Memorandum (avvertenze fornite alla cliente);

Manca ancora un importante particolare: come proviamo che il lavoro eseguito non ha prodotto né danni alla persona e né imperfezioni estetiche?

Abbiamo in questo caso bisogno di fornire una prova certa dello status della cliente, ossia com’era prima del trattamento, e come invece a trattamento terminato.
 
Occorre rilevare alcuni report fotografici che siano in grado di dimostrare che in quella precisa giornata, e anche a quell’ora precisa, è stato realizzato alla cliente il trattamento estetico in questione. A questo punto molte di voi affermeranno:- “si, questo già lo faccio”, ma attenzione: siamo proprio sicure che tali fotografie siano poi in grado di certificare quanto sopra detto?
 
Potremo ritenerle attendibili dal punto di vista legale? Possono essere ritenute fonti di prova certa? La risposta è NO.
 
Perché questo sia possibile dovrei scattare le foto, stamparle, e far apporre sulle stesse (sempre di pugno alla cliente), luogo, data, la frase: “per accettazione incondizionata”, ed infine la firma per esteso.
 
Questo però, come ben sapete, comporterebbe una specifica organizzazione e un’altrettanta specifica postazione (scrivania, computer e stampante), cosa non poco agevole per coloro che, ad esempio, operano fuori sede: in occasione di convegni, corsi, o per servizi che vengono prestati presso altri centri estetici.
 
Per fornire una risposta efficace, pratica e veloce, Lo strumento ottimale che può soddisfare le esigenze richieste si chiama: firma grafometrica.
 
Questa è una tipologia di firma elettronica avanzata che assume pieno valore legale, dunque diviene incontestabile in qualsiasi sede giudiziaria in quanto rispetta a pieno i canoni previsti dall’art. 2702 codice civile e quelli imposti dall’art. 15, comma. 2, Legge 59/97 (c.d. legge Bassanini), che riconosce ad un documento elettronico la medesima validità di un documento cartaceo.
 
Perché questo sia possibile è necessario servirsi di un tablet e di una specifica applicazione che permetta di rilevare le foto, e successivamente fare apporre la firma sulla stessa dalla cliente (la firma andrà apposta dunque sul tablet). Esattamente come avviene attualmente presso gli sportelli bancari in occasione di un versamento o prelevamento di denaro.
 
Ultimate tutte le procedure illustrate l’operatrice potrà ritenersi piuttosto tranquilla nel caso in cui una cliente sollevi qualsivoglia questione.
 
Entrando in questo ordine di idee anche gli Istituti di Assicurazione potranno con maggiore semplicità concedere una specifica polizza volta ad assicurare l’operatrice per la c.d. “responsabilità professionale”.
 
Nella speranza di aver fatto a tutti voi cosa gradita, saluto cordialmente.
 
Avv. Massimo Murgia
 
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